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La biblioteca

Collegato ad altre analoghe realtà e, in primo luogo, alla Associazione Amici di Cesare Brandi, l’Archivio funziona come centro informativo specializzato nel restauro dei Beni Culturali.

Al momento esso può contare sulla  Biblioteca del prof. Giuseppe Basile,  costituita da circa 930 volumi tra pubblicazioni specialistiche e didattiche nel campo, in italiano e anche in lingua straniera.

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OMAGGIO A PAUL PHILIPPOT IN OCCASIONE DEL SUO 87° GENETLIACO

Caro Maestro,

ho il piacere di presentarLe un piccolo omaggio, l’edizione a stampa del Suo Mémoire de licence, che ho avuto la fortuna di rintracciare, unica copia superstite, presso l’archivio dell’Istituto centrale del restauro e poi di trascrivere e di tradurre in italiano.

Il volume, pertanto, contiene sia il testo francese che quello italiano, oltre ad una nutrita serie di interventi da parte di rappresentanti istituzionali e studiosi: Mounir Bouchenaki, Catheline Périer d’Ieteren, Jukka Jokilheto, Paolo Fancelli, oltre a chi Le parla.

Si tratta, è vero, di un volume da lungo tempo promesso e atteso, almeno dal 26 ottobre 2007, quando, in occasione della Giornata di studi per il centenario della nascita di Cesare Brandi, avevo potuto dare la notizia che il volume era pronto e addirittura esibire la copertina che l’Editore mi aveva fornito come segno che l’opera era in procinto di uscire.

Poi però, soprattutto a causa del sopraggiungere della crisi economica, l’Editore si è tirato indietro e gli altri da me contattati sono risultati troppo cari per scarsissime risorse di cui poteva disporre l’Associazione Amici di Cesare Brandi.

Ora la vicenda si è positivamente conclusa grazie alla disponibilità di un piccolo, giovane Editore di Palermo, Francesco Provenzani, e sono felice di poterLe consegnare il volume nel giorno del suo genetliaco.

Del resto, anche questo ritardo può avere presentato un risvolto positivo, dato che ha consentito al Prof. Fancelli di ampliare e approfondire il suo saggio introduttivo, fino a fargli assumere le dimensioni, e la rilevanza, di una vera e propria monografia.

Ovviamente, sarebbe del tutto fuori luogo riferirne estesamente , ma vorrei cogliere l’opportunità, che mi si presenta ( non avendolo potuto fare nel contributo in premessa) per aggiungere alle sue alcune mie brevi osservazioni.

Innanzitutto l’estrema precocità della trattazione.

Quando Lei scrive il Suo Mémoire, l’Istituto era stato fondato da una decina d’anni, ma aveva potuto cominciare a funzionare realmente solo dopo la fine della 2° Guerra mondiale, quindi da un quinquennio.

Indubbiamente anni di lavoro intenso e appassionato, soprattutto in relazione alle opere danneggiate dalla guerra, quali, in particolare, le decorazioni murali di Lorenzo da Viterbo nella Cappella Mazzatosta della Chiesa di S. Maria della Verità di quella città e quelle di Andrea Mantegna nella Cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani a Padova.

Brandi si era anche impegnato in una serie di conferenze, in Italia e all’estero, per illustrare questi interventi, nei quali erano già contenuti e messi in pratica i principi essenziali della sua teoria del restauro, che andava sistematizzando da un paio d’anni, cioè dal momento in cui aveva pronunciato la prolusione al Corso di Teoria e storia del restauro delle opere d’arte alla Scuola di Perfezionamento in Storia dell’arte dell’Università di Roma La Sapienza ( 1948), che comparirà, modificato, due anni più tardi, nel 1° numero del Bollettino dell’Istituto centrale del restauro.

Del resto è noto che già in quei restauri erano state utilizzate anche le 2 tecniche più note per la ricostituzione potenziale del tessuto pittorico originale, cioè per la reintegrazione delle lacune: il tratteggio e l’ abbassamento ottico-cromatico.

Le reazioni furono generalmente positive, soprattutto in Francia e in Belgio ma anche in Germania, ma non andarono oltre dei sintetici resoconti sulle riviste di storia dell’arte di quei Paesi, analogamente a quanto accadeva, per motivi non sempre nobili, in Italia.

Entrando nello specifico, bisogna osservare che né prima né dopo il Mémoire e, per quanto mi risulta, neppure in tempi più vicini a noi, è stato fatto nulla di simile.

Non intendo dire che siano mancate le trattazioni generali sul pensiero di Brandi, a cominciare dalla monografia di Massimo Carboni (Cesare Brandi. Teoria e esperienza dell’arte), o, con particolare riguardo alla teoria e prassi del restauro, per citare solo i 2 più importanti esempi, quelle di Giovanni Carbonara (Trattato di restauro architettonico) e di Jukka Jokilheto ( A history of architectural conservation) e perfino in ambito sociologico ( Giancarlo Buzzanca e Patrizia Cinti, L’Istituto centrale del restauro di Roma, un’équipe multidisciplinare, in Domenico De Masi, L’Emozione e la regola: la grande avventura dei gruppi creativi europei tra il 1850 ed il 1950): ma nessuna in maniera così approfondita ed esaustiva su un nodo fondamentale e decisivo nella stessa teoria e prassi brandiana qual è il restauro dei dipinti.

Mi si potrebbe fare notare che ho omesso di citare due opere che si vengono a porre dichiaratamente l’una tra le trattazioni generali sul tema del restauro e l’altra tra quelle incentrate sul restauro dei dipinti e dei manufatti affini.

Ma la Teoria del restauro e unità di metodologia di Umberto Baldini, per sua stessa ammissione, fa propria senza riserve la teoria di Brandi, anche se presentata ( e in ciò consisterebbe la novità) sotto una bardatura superficialmente freudiana, di moda in quegli anni tra chi intendeva proporsi come intellettuale con interessi non solo professionali, quando ormai la psicanalisi era andata ben oltre le posizioni del suo fondatore; mentre Il restauro pittorico nell’unità di metodologia di Ornella Casazza è fondamentalmente indirizzato a dimostrare la superiorità delle tecniche di reintegrazione delle lacune messe a punto nei laboratori dell’Opificio delle Pietre dure e laboratori di restauro di Fortezza da Basso a Firenze, la selezione e l’astrazione cromatiche, rispetto al tratteggio e all’abbassamento ottico-cromatico , in virtù di una scientificità asserita ma mai concretamente dimostrata.

Del resto, nonostante la giovanissima età, Lei disponeva di una strumentazione culturale di cui nessuno all’epoca ( ma credo anche in seguito), neppure Brandi, poteva disporre, data l’esperienza diretta dei problemi reali del restauro grazie alla frequentazione dell’atelier di Suo padre e di altri grandi restauratori dell’epoca e alla padronanza delle lingue nelle quali si svolgeva allora quasi esclusivamente il dibattito internazionale sulla conservazione e sul restauro, tra cui anche la tedesca.

Questi due fattori, l’ampliamento e l’approfondimento dell’ambito dell’indagine e l’esperienza vissuta, hanno certamente contribuito all’esito felice del lavoro, consentendogli di mantenere un atteggiamento privo di schematismi e di parzialità a sostegno di una acribia critica certamente fuori dall’ordinario.

Non intendo togliere spazio agli amici e colleghi che interverranno dopo di me, ma mi si consenta di fare almeno due ultime osservazioni.

La prima riguarda la cristallina chiarezza dell’espressione, che rispecchia, ovviamente, una profonda padronanza concettuale, anche quando si tratta di concetti tutt’altro che di uso consolidato: con in più l’uso di un linguaggio privo di ridondanza o di forti accentuazioni, ma di misurata eleganza pur nella sua essenzialità.

La seconda consiste nel contributo enorme dato con il Suo Memoire alla “rivoluzione copernicana” operata da Brandi nel considerare il restauro non più alla stregua di attività artigianale o comunque legata alla sola “sapienza manuale”, ma come attività sommamente culturale.

Oggi può apparire del tutto normale che il restauro sia disciplina di insegnamento universitario, conoscendo una diffusione talvolta abnorme anche in ambiti para o extrauniversitari ( quando non si voglia ricordare, sia detto per inciso, la fortuna che ha segnato l’iniziativa, avviata circa 20 anni fa da me e da Lanfranco Secco Suardo, dell’Archivio storico dei restauratori italiani, che negli ultimi tempi sta ampliandosi anche a livello europeo), ma 60 anni fa era del tutto giustificato l’interrogativo con il quale Lei apriva la Sua dissertazione: è possibile considerare il restauro come oggetto di trattazione a livello universitario?

Ed è proprio nella linea di una continuità finora ininterrotta ( del resto, nel suo caso, portata avanti senza sosta in qualità di Direttore ICCROM e oltre) che ho sentito il dovere culturale e civile di portare a conoscenza di tutti questo Suo ancora oggi attualissimo lavoro, che fa seguito al volume edito in occasione dei 10 anni dalla morte di Giovanni Urbani ( La conservazione dei Beni culturali come interesse vitale della società. Appunti sulla figura e l’opera di Giovanni Urbani) e a quello edito per i 90 anni di Licia Borrelli Vlad (Etica della conservazione e tutela del passato ).

Seguirà il volume con scritti di Michele Cordaro, come è noto prematuramente scomparso 13 anni fa, con l’auspicio che tale continuità possa andare ben oltre la esistenza terrena di noi qui presenti: almeno fino a quando, direbbe Brandi, il restauro sarà considerato espressione dello “spirito”, cioè della cultura nella sua accezione più nobile e alta.

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